Presidente Pancalli, lo sport paralimpic o nasce a livello internazionale nel secondo dopoguerra. Qual è la sua storia e come è arrivato in Italia?

La data di inizio delle attività riconducibili allo sport paralimpico viene, formalmente, individuata nel 1948. Nella città di Stoke Mandeville, in Inghilterra, il neurochirurgo inglese Ludwig Guttmann avviò un gruppo di reduci di guerra maschi e femmine, con lesioni al midollo spinale, alla pratica dello sport agonistico. Il 28 luglio di quello stesso anno, in contemporanea alla cerimonia di apertura della XIV edizione delle Olimpiadi, nello stadio olimpico di Londra, si disputarono i primi Giochi per disabili. Nel 1956 il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) riconobbe ufficialmente i Giochi internazionali per disabili. Ma la data più importante ritengo sia il 1960, i Giochi di Roma. Grazie all’impegno dell’Inail e alle sollecitazioni del professor Antonio Maglio, a Roma si svolsero le prime Paralimpiadi della storia. Anche se ufficialmente non furono chiamati subito Giochi Paralimpici. Furono riconosciuti come Giochi paralimpici estivi solo nel 1984, due settimane dopo la chiusura delle Olimpiadi, negli stessi impianti dedicati agli olimpionici. Vi parteciparono 400 atleti in carrozzina, provenienti da 21 Paesi. La famiglia paralimpica italiana oggi può contare su un Ente di Diritto Pubblico. Ho avuto la fortuna di vivere tanti fasi del percorso di trasformazione di questo mondo, in principio una creatura acerba che ha dovuto fare i conti con una società caratterizzata da pregiudizi ed impari opportunità, da ghettizzazioni ed emarginazione, dove fare sport veniva quasi sempre associato al concetto di prestanza fisica, salute, bellezza.

 

Le Paralimpiadi invernali in Corea hanno visto il ritorno dell'Italia nel medagliere. Qual è il bilancio azzurro e quali sono gli obiettivi in vista dell'edizione estiva a Tokio nel 2020?

PyeongChang 2018 è stata per noi una grande occasione di riscatto. Venivamo da un’edizione – come quella di Sochi 2014 – con zero medaglie e tanta amarezza. Insieme alla Federazione Italiana Sport Invernali, capitanata da una grande donna di sport come Tiziana Nasi e alla Federazione Italiana Sport del Ghiaccio guidata da Andrea Gios, abbiamo lavorato duramente per costruire una squadra competitiva e dai grandi valori. Ci siamo presentati in Corea con 13 atleti esordienti su un totale di 26 partecipanti e con molti giovani: l’età media dei partecipanti è scesa di 3 anni. Le 5 medaglie vinte in Corea (2 ori, 2 argenti, 1 bronzo) rappresentano un bottino di tutto rispetto. Per Tokyo 2020, invece, partiamo con un altro passo. Le Paralimpiadi di Rio sono state per noi un enorme successo sportivo e di immagine. Confermare le 39 medaglie sarebbe già un grande successo. Ma anche qui possiamo contare su tanti giovani interessanti che, insieme ai nostri campioni, hanno voglia di scrivere pagine importanti dello sport nazionale. 

 

Alcuni dei campioni paralimpici hanno raggiunto picchi di popolarità non dissimili da quelli degli atleti olimpici più amati. Cosa ha portato a questo cambiamento?

I media, senza dubbio, hanno giocato un ruolo importante, a partire dalla trasmissione in tv delle gare. Da Londra, infatti, abbiamo cominciato a notare un cambiamento nella percezione del Paese e un aumento dell’attenzione da parte dell’opinione pubblica. Questa crescita è esplosa con Rio. In questo senso i numeri ci danno un supporto interessante. Nel 2016 la copertura televisiva delle Paralimpiadi ha superato la somma delle ore trasmesse a Londra e Pechino. I Giochi Paralimpici di Rio 2016 sono stati i più seguiti della storia, con un pubblico record di 4,1 miliardi di persone. Secondo un report promosso dall’IPC, rispetto a Londra 2012, il pubblico è aumentato del 7%. La popolarità, inoltre, è arrivata grazie anche ai nostri straordinari campioni che non si sono mai risparmiati nel promuovere la mission di questo movimento. 

Nella foto: Luca Pancalli consegna

XXXXX a Bebe Vio, medaglia d'oro nel

fioretto femminile ai Giochi di Rio 2016.

Lo sport paralimpico svolge una funzione sociale: rappresenta, Lei ha dichiarato, “il vero welfare italiano”. Può spiegarci cosa vuol dire?

Come spesso mi capita di sottolineare, la nostra ambizione è quella di rappresentare un pezzo virtuoso del welfare del nostro Paese. La mission del nostro movimento è garantire a tutte le persone con disabilità, in ogni fascia di età e di popolazione, a qualunque livello e per qualsiasi tipologia di disabilità, il diritto allo sport, quale mezzo di crescita perso- nale, opportunità per migliorare la propria qualità di vita e trovare una giusta dimensione nel vivere civile. Con la trasformazione in Ente di Diritto Pubblico, il Comitato Italiano Paralimpico – come ha avuto modo di sostenere il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – è entrato “nella fase adulta”. Ciò ci impone un rinnovato senso di responsabilità e un maggiore impegno nei confronti di tante ragazze e tanti ragazzi con disabilità, delle loro famiglie e dell’intera collettività. Un impegno che vogliamo onorare con determinazione e orgoglio. Lo sport – come accade quotidianamente con le immagini delle imprese sportive dei nostri atleti – può contribuire al cambiamento culturale del Paese e a modificare la percezione della disabilità nell’opinione pubblica.

 

Quali sono le maggiori difficoltà, se ve ne sono, che ancora frenano lo sviluppo delle vostre discipline? Cosa manca all'Italia per adeguarsi agli standard dei Paesi più avanzati in questo settore? 

Le difficoltà più importanti restano quelle culturali. Facciamo ancora difficoltà, come Paese, a comprendere l’importanza dello sport a livello sociale. Lo sport potrebbe svolgere alcune funzioni che oggi vengono ricoperte dal sistema sanitario nazionale. Lo sport è lo strumento più efficace per l’integrazione, il superamento delle differenze e delle barriere. Ancor oggi abbiamo difficoltà a far giungere alle persone con disabilità del nostro Paese l’importanza della pratica sportiva. Ci stiamo provando attraverso tante attività, dalla comunicazione al lavoro nei territori. In questi giorni ho sottoscritto nuovi Protocolli d’Intesa con le Università, gli Enti Locali, le Unità Spinali e i Centri di Riabilitazione di diverse Regioni italiane. Il nostro obiettivo è giungere a sostenere e supportare tutti coloro che credono nello sport come strumento di riscatto. Poi ci sono ostacoli di ordine pratico. Molte persone sono frenate dai costi, spesso molto elevati, degli ausili e delle protesi per fare sport. Grazie al confronto con le istituzioni, il precedente Governo – su proposta dell’allora Ministro per lo Sport – è intervenuto con uno stanziamento di 5 milioni di euro per l’acquisto di ausili e protesi da utilizzare per l’attività sportiva. Manca inoltre una mappatura precisa del mondo della disabilità. Ma, come detto, il lavoro più grande da fare è quello sulla percezione della disabilità nel Paese. Passi in avanti ne sono stati fatti. Ma abbiamo, da questo punto di vista, ancora molto lavoro da fare.