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Analisi

Cina metropoli. Il gigante cambia volto

Non solo produzioni a basso costo: oggi la Cina ha 260 città con oltre 1 milione di abitanti, 731 milioni di cittadini con accesso a internet, in 7 milioni si laureano ogni anno. E nel 2019 sarà il primo Paese al mondo per la spesa in Ricerca e Sviluppo.

Articolo Paolo Barbieri  Foto Shutterstock  

Dimenticate il dou lì, il tradizionale cappello a cono di paglia dei contadini asiatici: il volto della Cina di oggi è un altro. Il fascino che esercita su di noi dai tempi di Marco Polo, quando Pechino (Beijing) si chiamava Khanbaliq e la Cina era il Catai, è oggi arricchito dall’interesse per una economia sempre più interconnessa con quella globale e con l’Italia. Certo, provare a sintetizzare la Cina in cifre è un po’ come prendere una tigre per la coda, come recita un detto anglosassone. Ma i dati servono per provare a capire questo Paese-continente, esteso più del doppio dell’Unione europea e non lontano dal miliardo e mezzo di abitanti. La crescita del Pil cinese per il 2018 si attesta fra il 6,4 e il 6,7% nelle previsioni dei principali osservatori (Fondo monetario, Nomura, Jp Morgan, Ubs).

Il progetto della nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative) proietta Pechino sulla scena planetaria da protagonista, con i suoi progetti infrastrutturali internazionali e il suo crescente attivismo geopolitico. La crescente preoccupazione della leadership politica per l’aggravarsi dei problemi ambientali potrebbe fornire una spinta formidabile alla ricerca di una maggiore sostenibilità del modello di sviluppo. Ma la domanda è: a che punto è la Cina? Esaminiamo qui solo qualche istantanea estratta dall’approfondito Rapporto Cina 2017, il più recente edito dal Cesif, il Centro studi per l’impresa della Fondazione Italia Cina. La Cina sta cambiando volto, stili di vita, organizzazione sul territorio. Un dato per tutti, solo a titolo di esempio: sono 731,3 i milioni di cinesi con accesso a internet (i dati sono di fine 2016).

Il 53,2% della popolazione, 72,6% nelle aree urbane: 695,4 milioni tra questi accede da dispositivi mobili, mentre 530 milioni hanno acquistato almeno un prodotto/servizio online. All’inizio degli anni Novanta era ancora il settore primario a impiegare il maggior numero di addetti: quasi 400 milioni di lavoratori. Oggi agricoltura, pesca, allevamento valgono 219 milioni di occupati, nell’industria sono pochi di più mentre esplode il terziario, che impiega quasi 300 milioni di cinesi (tabella sopra). Il tasso di urbanizzazione tocca il 57,34%: dal 2011 gli abitanti urbani hanno superato quelli rurali, la crescita è superiore all’1% annuo, “e rappresenta – si legge nel volume diffuso dalla Fondazione Italia Cina – il principale driver di crescita dei consumi. Il 70% dei cinesi vivrà in circa 600 città entro il 2035. In Cina ci sono attualmente 260 città con oltre 1 milione di abitanti, contro le 18 dell’Unione Europea e le 10 degli Stati Uniti”.

Pechino

Pechino

Passeggeri si intrattengono coi loro cellulari sulla metropolitana

Per supportare una trasformazione così profonda, non basta avere dalla propria i grandi numeri: “Una delle preoccupazioni principali per la dirigenza cinese – spiega il Cesif – è quella di ristrutturare l’economia, supportando una crescita della produttività”. Tra le iniziative messe in campo da Pechino, Made in China 2025 punta “alla trasformazione dell’intero tessuto industriale cinese”: al netto dei rischi protezionistici rappresenta, secondo il Rapporto, una “finestra di opportunità in cui le aziende cinesi avranno bisogno di tecnologia straniera” e una esigenza di studio perfino per chi non opera nel mercato cinese, perché se le aziende locali si evolvono, “potranno rappresentare nuovi competitor nei mercati globali nell’arco di 5-10 anni, non solo per i prodotti ad alta intensità di lavoro, ma anche per quelli tecnologicamente più avanzati”.

In ogni caso, la tendenza all’aumento della produttività non si è arrestata nemmeno a fronte del relativo rallentamento dei tassi di crescita degli ultimi anni. Alla crescita della produttività e alla spinta per l’innovazione tecnologica corrisponde una maggiore domanda di manodopera qualificata. Il numero dei laureati per anno in un quarto di secolo circa è passato dal mezzo milione del 1990 agli oltre 7 milioni del 2016, 14 volte tanto. Parallelamente, il sistema produttivo insegue gli obiettivi fissati dal governo centrale: diventare entro il 2020 un “Paese innovativo” ed entro il 2050 “leader nella tecnologia”. La crescita esponenziale della spesa per Ricerca & Sviluppo, che nei prossimi anni sarà ulteriormente potenziata da forti investimenti statali a favore delle aziende, punta a cancellare, nel lungo periodo, il pregiudizio sui prodotti low price, low quality. Dal 1996 ad oggi, tale spesa è cresciuta di oltre 38 volte, con un tasso di crescita medio annuo superiore al 20%. Nel 2016 ha toccato i 224 miliardi di dollari ed entro il 2019 supererà quella degli USA.


“La Cina sta cambiando volto, stili di vita, organizzazione sul territorio”


Istruzione, innovazione e continuo flusso della popolazione verso le grandi città sono tutti elementi che concorrono alla crescita dei consumi interni. La spesa pro capite per consumi dei residenti urbani è stimata in 23.080 renminbi, la valuta locale. Il consumo di beni non durevoli/di sussistenza per la prima volta nel 2016 contava meno del 30% dei consumi, e conterà sempre meno. Il dato, già citato, sull’uso di internet e sul commercio on line completa il quadro. Anche i dati dell’interscambio commerciale, pur restando su dimensioni mastodontiche, illustrano il cambiamento in atto, e la crescente importanza del mercato interno. Secondo il Rapporto Cesif, la somma di import e export a chiusura del 2016 era di 3.685,59 miliardi di dollari Usa (-6,7%, contro il -8% del 2015). In calo entrambe le voci: export 2.098,16 miliardi di dollari Usa (-7,71%, contro il -2,9% del 2015), import 1.587,42 miliardi di dollari Usa (-5,49%, contro il -14,2% del 2015).

Huaibei, Cina Orientale

Huaibei, Cina Orientale

Operaie al lavoro in una fabbrica tessile

La posizione dell’Italia in questo rapporto

“A causa di differenti modalità di classificazione statistica, i dati dell’interscambio Italia-Cina – scrive il Cesif – differiscono significativamente a seconda che si utilizzino i dati occidentali (Eurostat, Istat) o quelli delle dogane cinesi. Nel primo caso, il 2016 vede un export italiano a quota 11.113,57 milioni di euro (+6,35%, contro il -0,42% dell’anno precedente), e un import italiano pari a 27.289,35 milioni di euro (-3,12%, contro il +12,42% del 2015). I dati provenienti dalla General Administration of Customs rivelano invece che, dopo un 2015 in sofferenza, nel 2016 l’interscambio fra Italia e Cina ha visto un nuovo calo, seppur ben più rallentato rispetto all’anno precedente (-3,17%, contro il -6,94% del 2015 sul 2014)”.

In realtà, il legame fra Italia e Cina è tra i più promettenti nell’Europa dell’Unione. La Cina è stata nel 2016 il terzo Paese al mondo per destinazione di flussi di capitali dopo Stati Uniti e Regno Unito e l’Italia è stata il diciannovesimo Paese fonte di questi investimenti (223 milioni di dollari). Il 30% di questi investimenti è nel settore manifatturiero, seguito dall’immobiliare (14%). Sono 1.700 le imprese italiane presenti in Cina a fine 2016 con 130mila dipendenti e un fatturato complessivo di 16,5 miliardi di euro. Ma capitali e imprese viaggiano molto anche nel senso opposto: ammonta a quasi 13 miliardi di euro lo stock di investimenti cinesi in Italia a fine 2016, terzo Paese europeo dopo Regno Unito e Germania. Sono 168 i gruppi cinesi che hanno investito in Italia a fine 2016 (242 considerando anche Hong Kong), per 398 imprese italiane partecipate (509 considerando Hong Kong), 21.501 dipendenti e 12,27 miliardi di euro di fatturato. Il 32% è nel settore dei servizi (ma il 73% dei dipendenti è nell’industria manifatturiera), e il 43% di questi è in Lombardia (32% dei dipendenti).


“La tendenza all’aumento della produttività non si è arrestata negli ultimi anni.”


Anche il turismo, uno dei fiori all’occhiello del Belpaese, ha trovato nuova linfa grazie al mercato cinese. Si stima che entro il 2020 la Cina sarà il Paese al mondo con il maggior numero di turisti all’estero: secondo i dati Cesif, nel 2016 sono 135,13 milioni i cinesi che hanno effettuato viaggi all’estero, di questi i turisti sono 122 milioni. Le principali destinazioni si trovano in Asia, ma l’Italia figura al primo posto fra le destinazioni europee in termini di spesa ed è stata toccata secondo Enit nel 2015 da 3,38 milioni di arrivi (+45% rispetto al 2014) e nel 2016, in questo caso i dati sono Confturismo-Istat, da 3,79 milioni di arrivi (+12%). E spendono sempre di più. E di certo, quando sono in Italia, non comprano, o quanto meno non cercano, il Made in China.