Quando l’Italia stava faticosamente cercando di venir fuori dalla catastrofe della II Guerra mondiale, quando la prodigiosa trasformazione della sua economia prevalentemente agricola non l’aveva ancora condotta nel G7, nel club delle maggiori potenze industriali, quando il boom economico era una storia ancora tutta da scrivere nel futuro, un dirigente sportivo scriveva a suo modo una pagina di quella storia. Qui alla Scuola dello Sport tutto parla di Giulio Onesti, che ne fu il fondatore nel 1966: toponomastica, spettacoli teatrali, il Centro sportivo del Coni nel cuore di Roma che a lui è intitolato, e il culto della memoria, ben illustrato dalle parole con le quali lo ricorda Rossana Ciuffetti, che oggi porta la responsabilità della struttura di formazione più importante per lo sport italiano. “Giulio Onesti – racconta – fu presidente del Coni, ma oggettivamente può essere considerato uno statista. Ad oggi è ancora l’unico ad aver portato nel suo Paese due edizioni dei Giochi olimpici, quelli invernali a Cortina nel ‘56 e quella di Roma nel ‘60. È stato un presidente del Coni molto legato al mondo internazionale: è suo il progetto della solidarietà olimpica del CIO (il Comitato olimpico internazionale, ndr), che significava e significa tuttora un sussidio economico ai paesi non abbienti per favorire la partecipazione degli atleti di tutto il mondo. Questo perché una delle caratteristiche dei Giochi olimpici è l’universalità. Quando ha fondato la Scuola dello Sport, l’obiettivo era formare i tecnici e i dirigenti dello sport italiano. L’inizio dei corsi è destinato a una categoria speciale, i Maestri dello sport e sono corsi tenuti da professori universitari all’interno della Scuola dello Sport. C’era la migliore intellighenzia dell’epoca e Maestri di sport sono stati poi tecnici e dirigenti sportivi che hanno poi costituito l’ossatura dello sport italiano. L’ultimo è ancora presente: è Roberto Fabbricini che, da segretario generale del Coni, è uscito qualche mese fa ed è diventato presidente di Coni servizi. In occasione dei Giochi di Atlanta del ‘96 in delegazione mi pare ci fossero una trentina di Maestri di sport. Un numero molto significativo, vuol dire che dal ‘66 al ‘96 questa struttura era riuscita ad ottenere una partecipazione importante, formando un gruppo di dirigenti sportivi ai massimi livelli”.

Il passato e il presente si intrecciano, nel racconto del direttore della struttura: “Oggi la Scuola si rivolge sicuramente al mondo federale, al nostro mondo sportivo, ma in generale a tutta la società civile. Il nostro core business continua ad essere la parte tecnico-sportiva ma, così come tante altre università stanno facendo, è molto sentita la metafora della tematica sportiva che viene traslata nel mondo dell’azienda. Il gioco di squadra, la mindfulness, tutta questa pratica dell’empowerment; così come si fa l’allenamento dell’atleta si fa l’allenamento del dirigente sportivo, sul gioco di squadra. Questo concetto noi pensiamo di riuscire a tradurlo molto bene e in questo momento è un settore di successo nella formazione, siamo molto contenti di come stanno andando le cose. Noi, rispetto alla scuola di Giulio Onesti, abbiamo un concetto del management dello sport estremamente professionalizzato, per cui facciamo corsi di alta specializzazione in questo settore”.

Attualmente dai corsi della Scuola dello Sport passano circa cinquemila partecipanti ogni anno. Nel settore tecnico lavora insieme alle federazioni sportive nazionali delle diverse discipline e agli enti di promozione. Il quarto livello tecnico è il top del diploma che un direttore tecnico può ottenere nello sport italiano: un corso che si fa solo alla Scuola dello Sport, dura un anno e richiede la frequenza obbligatoria. Insieme alle Federazioni, invece, la Scuola lavora sui primi tre livelli di diploma. La parte tecnica è sempre a cura di ciascuna federazione, la parte generale e metodologica è di competenza della Scuola dello Sport. “È interessante – sottolinea ancora Rossana Ciuffetti – perché secondo lo Statuto del Coni, oltre a mandare gli atleti ai Giochi Olimpici, deve fare la formazione. Quindi la nostra è una missione prioritaria per tutto lo sport italiano. La scuola nazionale, che una volta si chiamava scuola centrale, coordina scientificamente le attività di tutte le scuole regionali: diamo delle linee generali, che riceviamo dalla Giunta nazionale, il governo dello sport italiano. L’idea di base è uniformare questa parte generale di metodologia dell’allenamento; dopo di che ogni federazione si organizza con la sua parte tecnica specifica”. “E questo – interviene Umberto Trulli di Coni Servizi, il nostro secondo interlocutore, docente e consulente manageriale – permette di attuare anche in maniera estremamente capillare sul territorio le linee strategiche del Coni, per dare un indirizzo unico, strutturato di politica sportiva. Importante è anche il travaso delle competenze sportive nel mondo aziendale. Ultimamente si è assistito – un po’ per moda un po’ per ragioni di efficacia – a questo tipo di sinergia. Parlare di gestione di gruppi, di leadership, di squadre cui dare un obiettivo comune è qualcosa che nel mondo sportivo è estremamente naturale”. “E in effetti – incalza il direttore Ciuffetti – ai nostri corsi si rivolge un pezzo di società civile. Un nostro corso di punta, ad esempio, si chiama Management olimpico. Dura un anno ed è molto interessante perché prendiamo dei giovani laureati, che superano una selezione e con i dirigenti Coni gli organizziamo un corso di alta specializzazione per entrare a lavorare nel mondo dello sport. Si parla di contratto, di marketing, di parte amministrativa e legale, insomma un corso specialistico, al termine del quale i ragazzi hanno la possibilità di fare uno stage. Lavorano tre mesi all’interno di strutture delle federazioni sportive”.

Lo sport in Italia è sempre più un fenomeno di massa e si fonde con il vicino mondo del wellness. Palestre, piscine, centri sportivi amatoriali si rivolgono a milioni di consumatori senza passare per la formazione qualificata che si svolge sotto l’egida del Coni. È un problema? “Soprattutto le federazioni – replica Ciuffetti – si confrontano con il fenomeno. Spesso si sviluppano delle attività concorrenziali con quelle federali, ma è un settore al quale noi non abbiamo accesso. Certo, spesso una mamma che porta il figlio a fare sport non sempre ha ben presente la differenza che può esserci fra una struttura Coni e una struttura spontanea. Il nostro compito è cercare di rafforzare il nostro brand anche nell’ambito della formazione. Questo è secondo me l’obiettivo del Coni e della Scuola dello Sport, naturalmente senza la pretesa di limitare quella grande creatività che abbraccia l’intera Italia e che quindi si vede anche in questi settori...”. “Comunque – osserva dal canto suo Trulli – il numero crescente dei partecipanti ai nostri corsi da una parte riconosce il valore del marchio Coni e dall’altra testimonia anche questo bisogno di differenziazione, attraverso la crescita del livello qualitativo di preparazione degli istruttori ma anche dei gestori, che sviluppano competenze per tutto ciò che ruota attorno alle attività sportive, agli impianti sportivi, al merchandising. E il conferimento dell’attestato Coni-Scuola dello Sport viene percepito in tutto il suo valore qualitativo”.

Tra i progetti della Scuola, ce ne sono alcuni dedicati agli ex atleti, come “La Nuova Stagione”, sviluppato insieme al Ministero del Lavoro, che dura tre anni. “Noi – dice Ciuffetti – come Scuola dello Sport, insieme alle scuole regionali, facciamo dei corsi dando anche a questi ex atleti di espletare un tirocinio. Un’altra cosa importante che stiamo facendo, però, è convincere i tecnici, e non più soltanto le famiglie, che la formazione degli atleti, lo studio durante il loro percorso agonistico è fondamentale. Non in tutti gli sport è possibile: il nuoto, l’atletica, che richiedono allenamenti continui con orari molto estesi, non permettono di affiancare la formazione alla preparazione. Ma, ad esempio, la scherma è uno di quegli sport che consente di coniugare risultati agonistici con una buona formazione personale e spesso chi vince le medaglie è anche quello che va meglio all’università. In altri casi, appunto il nuoto, questo non si può fare: mi viene in mente un ragazzo calabrese che studiava ingegneria e si allenava dalle 4 alle 8 del mattino e poi di nuovo la sera, dopo la giornata di studio, ma alla lunga non ha retto quel doppio ritmo. Ma è culturalmente che noi dobbiamo lavorare su questa cosa, e i tecnici sono molto importanti per aiutare i ragazzi in questo percorso. Abbiamo fatto accordi con alcune università dove al nostro tecnico di quarto livello vengono riconosciute delle competenze, per cui quando poi si vuole iscrivere a Scienze motorie potrà far valere dei crediti, avrà un percorso fra virgolette privilegiato, non andrà a ripetere ciò che ha già studiato e avrà una flessibilità nei tempi di studio e di conclusione del suo percorso con la laurea”.

Tra le storie personali di grande rilievo che hanno incrociato i loro passi nei vialetti immersi nel verde del Centro olimpico Onesti, c’è quella della leggenda del windsurf Alessandra Sensini, collezionista di medaglie olimpiche, mondiali ed europee. “Ha partecipato ai nostri corsi ed è stata proprio lei – ricorda il direttore – a raccontare che, dopo le sue esperienze da noi, ha investito sulla sua carriera manageriale. Oggi è vicepresidente del Coni, un incarico molto importante che ricopre oltre a seguire l’attività giovanile nel settore della vela. Lei ha effettivamente fatto la doppia carriera: dopo aver completato la parte tecnica, qui alla Scuola ha perfezionato la sua formazione manageriale. E insieme a lei stiamo lavorando a un obiettivo che il presidente del Coni ha indicato: arrivare al 30 per cento di donne nei Consigli nazionali. Per questo stiamo lavorando a dei corsi di empowerment dedicati alle donne. Il problema, infatti, è che le donne non vengono elette negli organismi federali perché nemmeno si presentano, non si candidano. L’idea è quella di stimolare il protagonismo delle donne all’interno delle federazioni”. “Abbiamo – interviene Umberto Trulli – due progetti interessanti: abbiamo creato un vero e proprio modulo formativo strutturato per tarare le abilità di presentazione e di self-empowerment di future dirigenti donne nel mondo sportivo. Un’altra attività che svolgeremo si chiama “Il cervello femminile e la leadership: capire, connettere, ottenere di più”. In sostanza, come le neuroscienze possono supportare la leadership femminile nel mondo sportivo. E questo è proprio un caso nel quale si vede come la Scuola dello Sport mette in pratica, con le sue attività, l’indirizzo strategico del Coni”.

C’è un vantaggio, nello sviluppo delle competenze manageriali che servono alla “seconda carriera”, nel fatto di essere stato un atleta ad alto livello? Secondo Trulli “c’è una grossa differenza tra il mondo aziendale e quello dello sport: nel mondo aziendale posso essere oggi presidente di una società che fa auto sportive e domani lavorare in una multinazionale della pasta. Si impiega un talento dirigenziale che non dipende esclusivamente dalla tipologia di prodotto. Nel mondo sportivo questo difficilmente può accadere. C’è una specificità di fondo che non permette di assumere responsabilità manageriali, di prendere decisioni strategiche senza conoscere nel dettaglio l’ambiente di riferimento e, per così dire, il campo da gioco”. Anche a giudizio di Ciuffetti avere alle spalle una carriera sportiva “è un vantaggio: perché, di fatto, qual è il prodotto dello sport? Il risultato, che è economico ma in prima battuta agonistico. Per raggiungere da dirigente il risultato devi avere un mix di competenze. E qui si torna alla visione di Giulio Onesti: un dirigente sportivo che sapeva non solo di economia ma anche della parte tecnico-sportiva, quindi cercava di combinare le due cose. E l’idea della Scuola, che è nata nel ‘66, arriva perché dopo i grandi risultati dei Giochi di Roma nel 1960, a Tokio quattro anni dopo, per tanti motivi, i risultati non furono gli stessi. E allora lui decise che voleva formare una sua classe dirigente. E anche io, avendo avuto un’esperienza con il mondo federale, con i vari presidenti e segretari generali, sono convinta che il segretario generale, che di fatto è il direttore generale di un’azienda che è noi chiamiamo federazione, deve dominare anche la parte tecnica”.

In ogni caso, sono le aziende che hanno aggiunto al loro bagaglio culturale, alcuni strumenti dello sport: “Nel nostro mondo la gestione della relazione, pensiamo agli sport di squadra, è fondamentale. Il mondo aziendale lo ha scoperto più di recente: prima era solo numeri, numeri, numeri… Anche per questo oggi la Scuola dello Sport è un modello che ci viene invidiato all’estero, precursore di tanti fenomeni. E la scelta di certificarsi con TÜV Italia nel 2004 è stata dettata dalla volontà di scegliere un organo severo e di conseguenza credibile”, aggiunge Trulli. “Teniamo presente – conclude Rossana Ciuffetti – che il nostro mondo è cambiato molto negli ultimi anni: storicamente si è fondato sul volontariato è in parte lo è ancora. Molti nostri corsi sono dedicati a persone che sono dirigenti sportivi nel tempo libero, ma in realtà hanno altri lavori, e si adoperano per quello sport sulla base del volontariato. La fortuna economica delle società sportive funziona quando i dirigenti sono capaci di aggiornarsi, di stare al passo con le conoscenze manageriali e che servono e con la velocità dell’innovazione attorno a loro. E noi siamo qui per questo”.