… SCARICARE LA
RIVISTA AGGIORNATA
IN FORMATO PDF

ANDARE AL DOWNLOAD

… ORDINARE
GRATUITAMENTE LA
RIVISTA ABOUT TRUST

ORDINARE

Intervista

INDIETRO NON SI TORNA

Capitali globali passaggio obbligato per il calcio. Poi Olimpiadi, medaglie, scuola e cultura d’impresa: lo sport italiano visto con gli occhi del numero uno del Coni, Giovanni Malagò.

Intervista Paolo Barbieri Foto Archivio CONI-GMT

Nell’anno dei Mondiali in Russia, il calcio italiano ha vissuto un periodo difficile, turbolento, sofferto. Per citarne solo alcune: la crisi attorno ai diritti televisivi, il commissariamento di Lega e Federazione, le speranze e poi le delusioni nelle competizioni internazionali per club, le vicende legali che hanno messo in dubbio la nascita del futuro stadio della Roma. E, naturalmente, il dolore di tutti i tifosi per l’assenza delle maglie azzurre della nazionale dai campi dei mondiali: per rifarsi gli appassionati italiani dovranno attendere il 2022. Per misurare la temperatura della febbre del calcio italiano e per gettare uno sguardo panoramico sullo stato di salute complessivo dello sport italiano, l’osservatorio migliore è il Palazzo H del Foro Italico, nello studio del presidente del Coni Giovanni Malagò, la massima autorità dello sport nazionale. Che prova a tranquillizzarci: la crisi del calcio è speciale sì, ma perché il suo è un universo fuori dal comune. “Io penso – commenta – che il mondo del calcio, in assoluto, non è l’unico ad avere una serie di problemi che sono o sono stati sotto gli occhi di tutti. Ma nel bene e nel male la popolarità del calcio, la sua forza mediatica, fanno sì che se c’è qualche cosa di bello, ovviamente tutto il Paese in qualche modo è coinvolto; ma quando le cose non vanno bene, onestamente sembra sia diventato la causa di tutti i mali, il problema dei problemi. Eppure il mondo del calcio – oggettivamente – non è paragonabile agli altri sport sotto il profilo della complessità, della diversità… Voi mi direte: anche altre federazioni che fanno parte del nostro universo non hanno magari punti di contatto fra loro, per esempio fra il pentathlon e la pesca sportiva. Sì, è vero, ma il calcio, anche sotto il profilo degli attori, degli stakeholder, degli azionisti, ha un indice di difficoltà maggiore rispetto a tutte le altre discipline”. Ma governare un gigante economico come lo sport italiano non spegne, è evidente, la passione: fra una risposta e l’altra lo sguardo dell’intervistato è rapito dallo schermo tv che trasmette la formidabile impresa del tennista Marco Cecchinato, capace di sconfiggere al Roland Garros l’ex numero uno del mondo Novak Djokovic e raggiungere per la prima volta in carriera la semifinale in un torneo del Grande Slam, quarant’anni dopo l’analoga impresa di Corrado Barazzutti. E per l’atleta italiano il presidente snocciola un rosario infinito di “bello, incredibile, che colpo, pazzesco”.


In questi ultimi anni, nel calcio italiano sono entrati da protagonisti investitori provenienti da oltre confine: dal continente americano come dall’Asia. Finora però non sembra che questi innesti siano riusciti a dare stabilità e nemmeno a restituire competitività internazionale al nostro football.

Personalmente ho sempre considerato che se i capitali stranieri vengono in Italia e investono nel sistema Paese in generale, ne sono felice. Non vedo perché il calcio, e in genere lo sport, debba esserne esente, per quale motivo non dovrebbe beneficiarne: sarebbe autolesionistico non accettare questa logica. Anche perché, se vuoi essere competitivo, devi utilizzare in qualche modo i benefici della globalizzazione. Poi se mi si dice: ma il capitale, l’investitore, preferisci che sia il soggetto più qualificato, più rappresentativo, più prestigioso… faccio una battuta: la famiglia reale inglese, per modo di dire, piuttosto che una società di capitali sui quali ogni tanto ci si interroga, non solo a proposito dei soggetti che lo controllano ma addirittura sulla provenienza di quel capitale, è chiaro che questo in assoluto non va bene. Ma ciò non toglie che il ricorso a capitali internazionali sia un passaggio obbligato in questa fase della storia. Indietro non si torna.

 

In passato il calcio era il salvadanaio dello sport italiano, grazie al Totocalcio che finanziava il Coni. Quanto pesa sul benessere delle nostre federazioni sportive il tramonto di quel sistema?

Io ringrazio sempre per quello che ho. È una mia abitudine, uno stile di vita. Però, non c’è ombra di dubbio che se uno è obiettivo non può che rimpiangere quello che succedeva qualche anno fa. Grazie al Totocalcio, alle sue dinamiche di redistribuzione, c’era un montepremi miliardario che era diviso fra tre soggetti: uno era lo Stato, l’Erario, che aveva il 33%, uno era il vincitore, o i vincitori del 13 o del 12 che fossero, infine il Coni, insieme a tutto il sistema sportivo. Voglio dire che trent’anni fa, dodici anni prima che entrasse l’euro, il Coni, solo in valore reale – lascio perdere tutti gli aspetti inflattivi – aveva una cifra di appannaggio che era tre volte superiore a quella di adesso. E con questo ho detto tutto. 

SOFIA GOGGIA Campionessa olimpica di discesa libera a PyeongChang 2018.

La pratica sportiva in Italia è in aumento. Anche quella amatoriale, che fiorisce in mille palestre e centri sportivi e attraversa ormai le generazioni. Si parlano questi due mondi?

Per noi l’elemento che per semplicità chiamiamo palestre, che fa parte più del mondo wellness, del voler star bene, è un discorso completamente diverso da quello della pratica sportiva. Siamo felici che cresca perché va a beneficio della qualità della vita delle persone, ma non c’è una vera comunicazione fra i due settori. Quello dei nostri dati sull’attività sportiva vera e propria invece è un argomento che mi sta particolarmente a cuore. Almeno da quando sono presidente del Coni i dati sono continuamente, oggettivamente in crescita. Attenzione: c’è un elemento utile a capire il loro vero significato. Questi dati sull’espansione dell’attività agonistica sarebbero già positivi per un Paese giovane; ma tanto più sono importanti, se teniamo presente che noi invece siamo una popolazione molto avanti con gli anni. Siamo una delle popolazioni più longeve del mondo, subito dopo il Giappone. Abbiamo una quota di ultrasessantacinquenni molto alta, ed è chiaro che la pratica sportiva è più facile farla da giovani che all’età della pensione…

 

Il Coni vive della diffusione popolare della cultura e della pratica sportiva ma naturalmente tiene moltissimo anche alle sue punte di diamante. E il 2018 è stato un anno olimpico per gli sport invernali, tornati dalla spedizione di PyeongChang con dieci medaglie nel carniere e un brillante risultato soprattutto al femminile.

Noi siamo oggettivamente molto contenti. Perché con tutta questa serie di elementi, anche di crisi economiche, di contesti sociali del Paese complicati, se dobbiamo prendere il benchmark delle ultime Olimpiadi, estive del 2016 e invernali 2018, tutti i numeri, sia in quantità che in qualità delle medaglie, sono cresciuti. Però lo dico con franchezza, ho sempre sostenuto questa tesi: non penso che il Coni e anche il sottoscritto debbano essere necessariamente o quanto meno esclusivamente misurati per quel dato del medagliere. Sarebbe un discorso riduttivo. Lo potrei fare se fossimo un Comitato olimpico in cui il focus fosse solo sullo sport di vertice ma la storia del Coni non dice questo, il Coni non è questo. 

ARIANNA FONTANA

Portabandiera italiana ai Giochi invernali 2018, ha vinto la medaglia d’oro alla finale dei 500 metri di short track a PyeongChang 2018.

Restiamo in tema di Giochi: nel futuro c’è l’ipotesi di una nuova candidatura italiana per le Olimpiadi invernali del 2026. È una scadenza importante.

Il nostro lavoro è con le istituzioni, la candidatura olimpica dell’Italia non dipende solo da noi. Io dico sempre che per avere una candidatura servono tre gambe dello stesso tavolo perfettamente allineate: il Comitato olimpico, l’Ente locale e il Governo. Se manca una delle tre, se c’è anche un solo millimetro disallineato, può creare problemi. E se manca una di queste cose, come abbiamo visto anche in passato, io non espongo più il mio Paese a fare delle brutte figure. Se invece le condizioni ci fossero, io sono convinto che possiamo avere tutte le chance per far bene. Quando avremo delle certezze al cento per cento, saremo pronti per la riunione del Comitato olimpico internazionale, a Buenos Aires, a ottobre (in occasione dei Giochi Olimpici giovanili, n.d.r.), dove c’è la scadenza per la presentazione della candidatura e potremo valutare se ci candidiamo e come ci presentiamo, perché ci sono tre città, tre ipotetiche candidature in concorrenza sportiva (Cortina d’Ampezzo, Milano e Torino: quest’ultima ha ospitato i Giochi invernali nel 2006, n.d.r.).

 

Da quando l’Italia ha organizzato i Giochi olimpici di Roma nel 1960 lo sport è molto cambiato. È diventato un’organizzazione complessa, che muove capitali ingenti e richiede professionalità molto avanzate. In questo senso si è avvicinato al mondo delle imprese.

Sì, indubbiamente lo sport si è avvicinato a grandissimi passi al mondo dell’impresa e alla sua cultura organizzativa. Oggi è diventato un requisito indispensabile avere cultura, know-how, formazione su questo tipo di competenze e di curriculum. È tutto: a livello tecnico, a livello di gestione degli impianti, di dirigenti sportivi. Purtroppo non si può più andare avanti con i soli volontari, che sono sempre la nostra colonna portante, sono sempre indispensabili, ma ai quali va integrata una professionalità che oggi è diventata almeno altrettanto indispensabile. A dimostrazione di questo, posso portare a esempio la nostra Scuola dello Sport. Noi abbiamo dei master in management dello sport che oggi hanno una richiesta enorme di iscrizioni, e molti di questi aspiranti studenti sono ex atleti. Siamo convenzionati coi grandi atenei come Luiss, Bocconi, Tor Vergata. Insieme a loro stiamo creando tutta una nuova generazione di dirigenti. 

 

Olimpiadi e cultura d’impresa sono vostro patrimonio, fanno già parte di una crescita che c’è stata. Ma guardando al lungo periodo, di cosa ha bisogno lo sport italiano, cosa chiede alle istituzioni per crescere ancora?

Anche se nello statuto del Coni non c’è lo sport nella scuola, noi capiamo perfettamente che se non si migliora la situazione in quel contesto è come se noi facessimo una maratona portando in spalla uno zaino pieno di sassi. Pur non essendo di nostra competenza, io l’ho detto fin da quando sono stato rieletto: questo è un gap nei confronti dei nostri competitor. Per me è la madre di tutte le battaglie. Adesso ci sono nel Governo persone che hanno cultura, sensibilità e vicinanza al mondo dello sport, riponiamo in loro le nostre speranze sul tema. Pensate coi numeri che abbiamo cosa potremmo fare se avessimo anche sul territorio il supporto della scuola. 


I NUMERI DELLO SPORT

Gli ultimi dati ufficiali sulla pratica sportiva in Italia sono quelli diffusi dal Coni nel 2017 in collaborazione con l’Istat, e riguardano sia la pratica sportiva federale, cioè gli atleti veri e propri, quanto quella sociale, la popolazione italiana nel suo complesso. “Mai – si legge nel rapporto del Comitato Olimpico – nel nostro Paese erano stati raggiunti livelli di pratica sportiva così elevati come nel corso del 2016. La percentuale di italiani, sopra i 3 anni d’età, che dichiara di praticare sport con continuità nel proprio tempo libero ha raggiunto il 25,1%, ovvero nel 2016 una persona su quattro fa sport. Se a questi si aggiungono coloro che dichiarano di fare sport saltuariamente si arriva al 34,8%. In termini assoluti, dal 2013 al 2016, si sono avvicinati alla pratica sportiva 2 milioni e 519 mila italiani.

Nel 2016 sono 14.792.000 le persone che dichiarano di praticare una o più attività sportive in forma continuativa nel proprio tempo libero; quelle che praticano sport saltuariamente sono 5.693.000, corrispondenti al 9,7% della popolazione sopra i 3 anni d’età; mentre si contano 15.108.000 italiani che dichiarano di praticare solamente qualche attività fisica, pari al 25,7% della popolazione sopra i 3 anni d’età”. Quanto all’attività agonistica o comunque legata alle organizzazioni federali, “sono 11 milioni 198 mila – si legge ancora nel rapporto disponibile on line – le persone che nel nostro Paese fanno sport all’interno di società sportive del sistema Coni, attraverso le affiliazioni alle Federazioni Sportive Nazionali (FSN), Discipline Sportive Associate (DSA) ed Enti di Promozione Sportiva (EPS).

25,1% degli italiani sopra i 3 anni di età pratica sport con continuità. 40% dei praticanti di attività sportive è di sesso femminile

Nel 2015 si contano 4.535.322 atleti tesserati dalle FSN e dalle DSA e 6.663.165 praticanti tesserati agli EPS. Si contano oltre un milione di operatori sportivi (dirigenti, tecnici, ufficiali di gara e altre figure che collaborano a vario titolo all’interno delle organizzazioni societarie e federali) delle FSN-DSA e 471 mila tra dirigenti e tecnici delle ASD/SSD degli EPS”. Numeri importanti, ma lo sport è anche competizione e al Foro Italico si contano anche le medaglie. La spedizione internazionale più recente è quella dei Giochi del Mediterraneo svoltasi in Spagna, a Tarragona, nel giugno 2018, che ha visto l’Italia in testa al medagliere con 156 medaglie (56 ori, 55 argenti, 45 bronzi). Ma nel 2018 è positivo anche il bilancio delle Olimpiadi invernali di PeyongChang in Corea del Sud, con 10 medaglie in tutto: 3 ori, 2 argenti, 5 bronzi. E nel 2016, ai Giochi estivi di Rio de Janeiro, nel carniere azzurro erano finite in tutto 28 medaglie: 8 ori, 12 argenti, 8 bronzi.

 

 

 

Persone di 3 anni e più che dichiarano di praticare sport con continuità per genere. Anno 2016